Data di Pubblicazione:
2014
Citazione:
(2014). Dall’epifania mancata alla macchina del supplizio. Su alcune figure nei film di Luca Ferri [journal article - articolo]. In CINERGIE. Retrieved from http://hdl.handle.net/10446/135372
Abstract:
Ne "L'uomo comune del cinema" di Jean Louis Schefer troviamo una suggestiva evocazione del cinema in un'immagine di "Vampyr": «Nel film di Dreyer vediamo la ruota del mulino, la farina, il vampiro costretto contro un muro […] Qui, gli ingranaggi e le pulegge sono un apparecchio del tempo, e i loro movimenti producono la scomparsa di un corpo nella polvere». Il trascinamento della pellicola come conditio sine qua non dell'immagine in movimento (e quindi dello spettacolo cinematografico), ma anche come radice stessa della sua cancellazione. Questo legare insieme meraviglia e orrore, spettacolo e morte, pone l'apparecchio cinematografico nella stessa famiglia di marchingegni che Michel Carrouges, sulla scorta di Duchamp, ha battezzato “macchine celibi”. Si può parlare quindi del cinematografo come corrispettivo reale delle macchine immaginarie di Jarry e Roussel? Esiste davvero nel cinema una vocazione “celibe”?
Il presente saggio intende evidenziare come nell'attuale panorama del cinema italiano esista almeno un regista, Luca Ferri (Bergamo, 1976), la cui opera – e in particolare il lungometraggio "Ecce Ubu" (2012), qui preso in esame – può considerarsi una vera e propria attuazione del cinematografo come macchina celibe. Ferri sembra usare il dispositivo cinematografico in modo analogo alla macchina del supplizio di Kafka: scarnifica il corpo del film sino all'osso (il semplice, ripetitivo, ossessivo movimento delle immagini), e insieme ne registra impietosamente il collasso sotto lo sguardo annichilito degli spettatori/vittime. Lontano da ogni feticismo della pellicola, così come da qualsiasi intento archeologico, il cinema di Ferri, nella sua essenzialità antica, quasi “lumièriana”, ci pone di fronte al destino ultimo delle immagini in movimento: la loro distruzione.
Il presente saggio intende evidenziare come nell'attuale panorama del cinema italiano esista almeno un regista, Luca Ferri (Bergamo, 1976), la cui opera – e in particolare il lungometraggio "Ecce Ubu" (2012), qui preso in esame – può considerarsi una vera e propria attuazione del cinematografo come macchina celibe. Ferri sembra usare il dispositivo cinematografico in modo analogo alla macchina del supplizio di Kafka: scarnifica il corpo del film sino all'osso (il semplice, ripetitivo, ossessivo movimento delle immagini), e insieme ne registra impietosamente il collasso sotto lo sguardo annichilito degli spettatori/vittime. Lontano da ogni feticismo della pellicola, così come da qualsiasi intento archeologico, il cinema di Ferri, nella sua essenzialità antica, quasi “lumièriana”, ci pone di fronte al destino ultimo delle immagini in movimento: la loro distruzione.
Tipologia CRIS:
1.1.01 Articoli/Saggi in rivista - Journal Articles/Essays
Elenco autori:
Gimmelli, Gabriele
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