Publication Date:
2007
abstract:
Come osserva Harald EGE, in Il mobbing, ovvero il terrore psicologico sul posto di lavoro, e la situazione italiana, saggio incluso in HIRIGOYEN, Molestie morali, Torino, 2000, 237, “il mobbing non è un fenomeno nuovo. Possiamo dire infatti che è un fenomeno vecchio come il mondo: come le antipatie, l’ambizione e l’invidia umana. Solo la sua teorizzazione come fenomeno a sé stante è relativamente recente”. Le situazioni cui si fa riferimento, parlando di mobbing, sono pertanto “non sconosciute in passato”; esse “derivano la loro importanza dall’incrociarsi con la tutela della persona”.
E non stupisce il fatto che la tutela di cui quest’ultima gode sul luogo di lavoro appaia, di questi tempi, particolarmente accentuata: in Europa come negli Stati Uniti, nell’ordinamento giuridico come nel sistema sociale, il lavoro rappresenta ormai un ambito delicatissimo e di fondamentale importanza per ogni essere umano. Esso costituisce la faccia sociale di ognuno di noi, uno dei canali principali attraverso i quali si esplica la propria personalità e si attuano le proprie aspirazioni.
Ma non è soltanto la dignità sociale, la personalità morale del lavoratore ad uscire malconcia dall’aggressione perpetrata dal mobber. Le conseguenze del mobbing sulla vittima sono, in realtà, assai più gravi. In primo luogo, ad essere colpita, è la salute, sia psichica che fisica. Il mobbizzato può arrivare a sviluppare malattie gravissime, anche di natura tumorale. In alcuni casi, l’epilogo è ancor più tragico, è il suicidio della vittima.
L’esercizio delle “pratiche mobbizzanti”, alla fine, danneggia anche l’azienda, quando non addirittura, l’intera società. Rileva MONATERI, Il costo sociale del mobbing, in MONATERI, BONA, OLIVA, Mobbing. Vessazioni sul lavoro, Milano, 2000, 1 che, per la sua stessa natura, “il mobbing è inefficiente. A causa sua risorse di tempo, intelligenza, informazione vengono disperse e distrutte. Un’organizzazione in cui si instaura il mobbing è destinata al fallimento e alla dispersione. Un’ora di mobbing costa almeno quanto un’ora di lavoro produttivo, perché è una lotta sul luogo di lavoro che lo sottrae al suo fine. Più i metodi utilizzati sono subdoli, sottili e silenziosi, più sono dannosi, perché richiedono e quindi più risorse per più tempo”.
È alle scienze sociali che la dottrina e la giurisprudenza si rivolgono per ottenere una nozione giuridicamente rilevante e praticamente applicabile del fenomeno. E sono le stesse sociali, a loro volta, ad avvertire l’esigenza di stabilire criteri generali di definizione, superando l’approccio analitico, che porterebbe ad una tanto puntigliosa quanto inutile elencazione di comportamenti ostili, aggressivi, vessatori, emarginanti, illeciti e discriminatori.
Qualunque studio relativo al fenomeno in questione non può prescindere dal lavoro dello psicologo Heinz Leymann, ormai riconosciuto come il legittimo “padre del mobbing”. Non a caso, la definizione originaria del mobbing, quella di “terrore psicologico sul luogo di lavoro”, non è altro che la traduzione del titolo della sua opera più importante (Psychoterror am Arbeitsplatz und wie man sich dagegen wehren kann), pubblicata nel 1993 ad Amburgo. Nel nostro Paese, è uno studioso tedesco, Harald Ege, a fornire le prime conoscenze in materia di mobbing. Ege, che è psicologo del lavoro, autore di varie opere divulgative sul tema nonché fondatore e presidente di PRIMA, (Associazione Italiana contro il Mobbing e lo Stress Psicosociale), ha inizialmente utilizzato, per il mobbing, la tradizionale definizione, risalente appunto a Leymann, di “terrore psicologico sul posto di lavoro”, di “comunicazione negativa in ambito lavorativo” o di “r
E non stupisce il fatto che la tutela di cui quest’ultima gode sul luogo di lavoro appaia, di questi tempi, particolarmente accentuata: in Europa come negli Stati Uniti, nell’ordinamento giuridico come nel sistema sociale, il lavoro rappresenta ormai un ambito delicatissimo e di fondamentale importanza per ogni essere umano. Esso costituisce la faccia sociale di ognuno di noi, uno dei canali principali attraverso i quali si esplica la propria personalità e si attuano le proprie aspirazioni.
Ma non è soltanto la dignità sociale, la personalità morale del lavoratore ad uscire malconcia dall’aggressione perpetrata dal mobber. Le conseguenze del mobbing sulla vittima sono, in realtà, assai più gravi. In primo luogo, ad essere colpita, è la salute, sia psichica che fisica. Il mobbizzato può arrivare a sviluppare malattie gravissime, anche di natura tumorale. In alcuni casi, l’epilogo è ancor più tragico, è il suicidio della vittima.
L’esercizio delle “pratiche mobbizzanti”, alla fine, danneggia anche l’azienda, quando non addirittura, l’intera società. Rileva MONATERI, Il costo sociale del mobbing, in MONATERI, BONA, OLIVA, Mobbing. Vessazioni sul lavoro, Milano, 2000, 1 che, per la sua stessa natura, “il mobbing è inefficiente. A causa sua risorse di tempo, intelligenza, informazione vengono disperse e distrutte. Un’organizzazione in cui si instaura il mobbing è destinata al fallimento e alla dispersione. Un’ora di mobbing costa almeno quanto un’ora di lavoro produttivo, perché è una lotta sul luogo di lavoro che lo sottrae al suo fine. Più i metodi utilizzati sono subdoli, sottili e silenziosi, più sono dannosi, perché richiedono e quindi più risorse per più tempo”.
È alle scienze sociali che la dottrina e la giurisprudenza si rivolgono per ottenere una nozione giuridicamente rilevante e praticamente applicabile del fenomeno. E sono le stesse sociali, a loro volta, ad avvertire l’esigenza di stabilire criteri generali di definizione, superando l’approccio analitico, che porterebbe ad una tanto puntigliosa quanto inutile elencazione di comportamenti ostili, aggressivi, vessatori, emarginanti, illeciti e discriminatori.
Qualunque studio relativo al fenomeno in questione non può prescindere dal lavoro dello psicologo Heinz Leymann, ormai riconosciuto come il legittimo “padre del mobbing”. Non a caso, la definizione originaria del mobbing, quella di “terrore psicologico sul luogo di lavoro”, non è altro che la traduzione del titolo della sua opera più importante (Psychoterror am Arbeitsplatz und wie man sich dagegen wehren kann), pubblicata nel 1993 ad Amburgo. Nel nostro Paese, è uno studioso tedesco, Harald Ege, a fornire le prime conoscenze in materia di mobbing. Ege, che è psicologo del lavoro, autore di varie opere divulgative sul tema nonché fondatore e presidente di PRIMA, (Associazione Italiana contro il Mobbing e lo Stress Psicosociale), ha inizialmente utilizzato, per il mobbing, la tradizionale definizione, risalente appunto a Leymann, di “terrore psicologico sul posto di lavoro”, di “comunicazione negativa in ambito lavorativo” o di “r
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