Data di Pubblicazione:
2004
Citazione:
(2004). Il discorso sui diritti. Un atlante teorico . Retrieved from https://hdl.handle.net/10446/269181
Abstract:
La prima parte del volume tenta di ricostruire il senso giuridico-filosofico dei diritti fondamentali, sia in termini concettuali e definitori (capitolo primo) sia dal punto di vista della loro forza normativa (capitolo secondo). La seconda parte si concentra su due profili più sostanziali, connessi in modo essenziale alla ragion d’essere dei diritti fondamentali: la dignità umana (capitolo terzo) e la cittadinanza (capitolo quarto).
Chiariti i limiti di ogni definizione dogmatica e formalistica, il discorso si concentra su un aspetto insieme funzionale e sostanziale dei diritti fondamentali, approfondendo il duplice ruolo - di limiti e di fini dell’azione pubblica - che essi svolgono nelle democrazie costituzionali odierne: un ruolo complesso, che potrebbe essere sintetizzato nella formula “diritti come responsabilità” (capitolo primo). A questo scopo sono state prese in esame anzitutto la rights thesis di R. Dworkin e l’utopia libertarian di R. Nozick che, da prospettive teoriche differenti, hanno posto la questione dei diritti fondamentali in termini “anti-politici”: i diritti sarebbero vincoli “morali” a difesa degli individui, pretese invincibili elevate in contrapposizione agli obiettivi dei governi. Tale visione puramente “difensiva” e individualistica non appare pienamente adeguata a un paradigma come quello proprio dello Stato costituzionale, che ha scelto di assumere i diritti entro le proprie strutture, con funzione fondativa. Un contributo decisivo a questo riguardo, sebbene più indiretto, viene dalle teorie di A. Sen e M.C. Nussbaum, che hanno ripristinato un nesso diretto tra libertà individuale, responsabilità pubbliche e fini collettivi.
La complessità dell’azione svolta dai diritti fondamentali implica, d’altra parte, la loro inerenza a molteplici universi concettuali: quello delle norme giuridiche, quello dei principi universali di giustizia, e quello dei valori concreti che diverse etiche e culture assumono come prioritari. I diritti sono situati nell’ordinamento giuridico, ma contemporaneamente anche prima di questo e oltre questo: in un’area di confine fra le sue regole formali e stabili di funzionamento, le sue fonti di validità e i suoi fini sostanziali. Si è tentato dunque di individuare una dialettica tra l’inflessibilità deontologica dei diritti e il loro contenuto assiologico, a partire dalle tesi (tra loro divergenti in parte, per alcuni aspetti significativi) di R. Dworkin, R. Alexy, J. Habermas e M. J. Perry. Inoltre, un esame della teoria della giustizia politica di J. Rawls e del dibattito tra liberals e communitarians sembra confermare questa irriducibile “ubiquità” dei diritti tra il “giusto” e il “bene”, tra l’area delle norme imperative, neutre e capaci di imporsi universalmente, e quella delle preferenze etiche determinate, frutto di opzioni sostanziali da parte di singole comunità.
Della normatività dei diritti fondamentali sono state definite in particolare tre modalità: l’indivisibilità come requisito essenziale dei diritti in quanto elementi interdipendenti di un “sistema”, che si regge proprio sul valore normativo dei suoi nessi interni; la loro attitudine a formare oggetto di ponderazioni e bilanciamenti, entro processi decisionali legati alla specificità dei casi; e infine l’universalità (capitolo secondo). Il linguaggio normativo dei diritti fondamentali sostiene ragioni e scopi di cui anche la teoria può scegliere di farsi carico, anziché limitarsi a smascherarne il retroterra “particolaristico”, come accade nelle critiche mosse frequentemente in nome del realismo e del relativismo alla presunta arroganza “eurocentrica” delle carte dei diritti, e all’imperialismo culturale di cui esse sarebbero espr
Chiariti i limiti di ogni definizione dogmatica e formalistica, il discorso si concentra su un aspetto insieme funzionale e sostanziale dei diritti fondamentali, approfondendo il duplice ruolo - di limiti e di fini dell’azione pubblica - che essi svolgono nelle democrazie costituzionali odierne: un ruolo complesso, che potrebbe essere sintetizzato nella formula “diritti come responsabilità” (capitolo primo). A questo scopo sono state prese in esame anzitutto la rights thesis di R. Dworkin e l’utopia libertarian di R. Nozick che, da prospettive teoriche differenti, hanno posto la questione dei diritti fondamentali in termini “anti-politici”: i diritti sarebbero vincoli “morali” a difesa degli individui, pretese invincibili elevate in contrapposizione agli obiettivi dei governi. Tale visione puramente “difensiva” e individualistica non appare pienamente adeguata a un paradigma come quello proprio dello Stato costituzionale, che ha scelto di assumere i diritti entro le proprie strutture, con funzione fondativa. Un contributo decisivo a questo riguardo, sebbene più indiretto, viene dalle teorie di A. Sen e M.C. Nussbaum, che hanno ripristinato un nesso diretto tra libertà individuale, responsabilità pubbliche e fini collettivi.
La complessità dell’azione svolta dai diritti fondamentali implica, d’altra parte, la loro inerenza a molteplici universi concettuali: quello delle norme giuridiche, quello dei principi universali di giustizia, e quello dei valori concreti che diverse etiche e culture assumono come prioritari. I diritti sono situati nell’ordinamento giuridico, ma contemporaneamente anche prima di questo e oltre questo: in un’area di confine fra le sue regole formali e stabili di funzionamento, le sue fonti di validità e i suoi fini sostanziali. Si è tentato dunque di individuare una dialettica tra l’inflessibilità deontologica dei diritti e il loro contenuto assiologico, a partire dalle tesi (tra loro divergenti in parte, per alcuni aspetti significativi) di R. Dworkin, R. Alexy, J. Habermas e M. J. Perry. Inoltre, un esame della teoria della giustizia politica di J. Rawls e del dibattito tra liberals e communitarians sembra confermare questa irriducibile “ubiquità” dei diritti tra il “giusto” e il “bene”, tra l’area delle norme imperative, neutre e capaci di imporsi universalmente, e quella delle preferenze etiche determinate, frutto di opzioni sostanziali da parte di singole comunità.
Della normatività dei diritti fondamentali sono state definite in particolare tre modalità: l’indivisibilità come requisito essenziale dei diritti in quanto elementi interdipendenti di un “sistema”, che si regge proprio sul valore normativo dei suoi nessi interni; la loro attitudine a formare oggetto di ponderazioni e bilanciamenti, entro processi decisionali legati alla specificità dei casi; e infine l’universalità (capitolo secondo). Il linguaggio normativo dei diritti fondamentali sostiene ragioni e scopi di cui anche la teoria può scegliere di farsi carico, anziché limitarsi a smascherarne il retroterra “particolaristico”, come accade nelle critiche mosse frequentemente in nome del realismo e del relativismo alla presunta arroganza “eurocentrica” delle carte dei diritti, e all’imperialismo culturale di cui esse sarebbero espr
Tipologia CRIS:
1.3.01 Monografie o trattati scientifici - Books
Elenco autori:
Zanichelli, Maria
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